Si è tenuto ieri a Torino, alla sede dell’Ordine dei Medici,il corso “Conoscere le medicine non convenzionali (CAM): dalla diversità all’integrazione”. Si è parlato tanto di medicina cinese e di agopuntura, ma c’è stato spazio anche per la medicina ayurvedica. Qualche parola sulla storia,un cenno ai principali testi antichi, concetti generali, un assaggio di semeiotica e di clinica, qualche immagine di trattamenti e di routine giornaliera,suggerimenti di alimentazione,presentazione di un caso clinico (emicrania). Dati nel mondo: 209 Undegraduate Colleges, 59 Postgraduate Colleges, 2957 ospedali, 14755 dispensari, 43355 letti.
Che cosa si intende per medicine non convenzionali. Con la sigla CAM, dall’inglese Complementary and Alternative Medicine, si indica un insieme di sistemi di cura nati al di fuori della medicina occidentale moderna. In Italia la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, con le linee guida approvate a Terni nel 2002, ha riconosciuto nove di queste discipline come atto medico: agopuntura, medicina tradizionale cinese, medicina ayurvedica, medicina antroposofica, omeopatia, omotossicologia, fitoterapia, chiropratica e osteopatia. Riconoscerle come atto medico significa che la diagnosi e la scelta della terapia spettano al medico, il solo che possa valutare se un trattamento non convenzionale sia indicato, se possa affiancare le cure in corso o se, al contrario, rischi di ritardare una diagnosi importante.
Dalla diversità all’integrazione. Il titolo del corso riassume bene il punto. Ogni medicina tradizionale ha un proprio linguaggio, una propria idea di salute e di malattia, propri strumenti diagnostici. La sfida non è stabilire quale sia “migliore”, ma capire in quali situazioni una visione diversa possa aggiungere qualcosa al percorso di cura del paziente, senza sostituire ciò che la medicina convenzionale fa bene. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con la sua strategia sulle medicine tradizionali, invita i paesi a conoscerle, a regolamentarle e a integrarle in modo sicuro nei sistemi sanitari, a partire dalla formazione di chi le pratica.
Un po’ di storia. L’Ayurveda, la “scienza della vita”, ha radici che affondano nella cultura vedica dell’India antica. I suoi fondamenti sono raccolti in tre grandi opere, chiamate insieme Brihat Trayi, “i tre grandi”: la Charaka Samhita, dedicata soprattutto alla medicina interna; la Sushruta Samhita, celebre per la parte chirurgica; l’Ashtanga Hridaya di Vagbhata, che riordina e sintetizza i due testi precedenti. Sono opere ancora oggi studiate nelle università indiane, dove l’Ayurveda è un sistema medico ufficiale con un proprio corso di laurea e un proprio ministero, insieme ad altre medicine tradizionali del paese.
I concetti generali. Per l’Ayurveda tutto ciò che esiste è formato da cinque elementi, che nell’organismo si organizzano in tre principi funzionali, i dosha: Vata, che governa il movimento; Pitta, che governa le trasformazioni e il calore; Kapha, che dà struttura, coesione e stabilità. Ogni persona nasce con un proprio equilibrio di dosha, la costituzione (prakriti), che ne descrive il corpo, il carattere e le tendenze. La malattia nasce quando questo equilibrio si altera (vikriti), per effetto dell’alimentazione, delle abitudini, delle stagioni, delle emozioni. Un ruolo centrale è affidato ad Agni, il fuoco digestivo: quando lavora male si accumulano residui non digeriti, chiamati ama, che secondo questa visione sono all’origine di molti disturbi.
Un assaggio di semeiotica. La visita ayurvedica non sostituisce gli esami della medicina moderna, ma li affianca con un proprio metodo di osservazione. I testi descrivono un esame in otto punti (ashtavidha pariksha): il polso, le urine, le feci, la lingua, la voce, la pelle al tatto, gli occhi e l’aspetto generale della persona. A questi si aggiunge un colloquio approfondito sulle abitudini quotidiane, sul sonno, sull’appetito e sulla digestione, sulle stagioni in cui i disturbi peggiorano. Lo scopo è capire non solo quale malattia sia presente, ma in quale persona si manifesti, perché lo stesso sintomo può avere origini diverse in costituzioni diverse.
Trattamenti e routine giornaliera. Gli strumenti terapeutici dell’Ayurveda sono molti: rimedi a base di piante e minerali, oli medicati usati nei massaggi e in trattamenti specifici, terapie di purificazione, indicazioni alimentari, esercizio fisico e attenzione ai ritmi del giorno e delle stagioni. Una parte importante della cura è affidata alla persona stessa, attraverso la dinacharya, la routine quotidiana: alzarsi presto, curare l’igiene della bocca e del corpo, fare attività fisica adatta alla propria costituzione, mangiare a orari regolari e quando la fame è reale, andare a dormire senza fare tardi. Sono gesti semplici, ma proprio per questo spesso trascurati.
Suggerimenti di alimentazione. Nell’Ayurveda il cibo è la prima medicina. Non esiste una dieta valida per tutti: ciò che nutre una persona può appesantirne un’altra. In generale si raccomanda di preferire cibi freschi, cucinati e caldi, di mangiare in un ambiente tranquillo, di non sovrapporre un pasto alla digestione del precedente, di usare le spezie per sostenere il fuoco digestivo e di adattare le scelte alla stagione: più leggerezza in primavera, più freschezza in estate, più nutrimento e calore in autunno e in inverno.
Il caso clinico: l’emicrania. Il mal di testa è descritto dai testi classici tra le malattie della testa (shiroroga), e la forma che colpisce una sola metà del capo, molto simile alla nostra emicrania, ha un nome proprio: ardhavabhedaka. L’approccio ayurvedico cerca di capire quale dosha sia coinvolto, quali fattori scatenino le crisi (il digiuno prolungato, la mancanza di sonno, il sole, certi cibi, lo stress) e come sia la digestione del paziente. Accanto ai rimedi per bocca, la tradizione prevede trattamenti locali con oli medicati, come il nasya, la somministrazione di gocce di olio per via nasale. Presentare un caso concreto aiuta a capire come questo ragionamento si traduca in una cura, sempre all’interno di una diagnosi medica completa che escluda cause diverse del dolore.
Perché è importante parlarne tra medici. Molti pazienti utilizzano rimedi naturali o si rivolgono a trattamenti non convenzionali senza dirlo al proprio medico, per timore di non essere compresi. È proprio in questo silenzio che nascono i rischi maggiori: interazioni tra piante e farmaci, terapie sospese di propria iniziativa, sintomi importanti trascurati. Momenti di formazione come questo, organizzati all’interno dell’Ordine dei Medici, servono a costruire un linguaggio comune, perché il paziente possa parlare apertamente di tutte le cure che segue e il medico possa consigliarlo con competenza. I numeri riportati in apertura danno l’idea di quanto l’Ayurveda sia, nel suo paese d’origine, una medicina diffusa e organizzata, con scuole, ospedali e dispensari.
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